PER UNA SCUOLA CHE SA ACCOGLIERE
Interventi di prevenzione contro il disagio e la dispersione scolastica
20 settembre 2005
Mi preoccupo di te: la relazione educativa tra agio e disagio
Adriana Querz
Lincontro di oggi rappresenta un momento importante di presentazione del progetto pluriennale Per una scuola che sa accogliere realizzato dalla rete delle scuole medie di Modena col contributo di Regione, Provincia e Comune, ma vuole anche essere unoccasione di confronto, diffusione e condivisione di pratiche messe in campo da altre scuole, associazioni ed enti locali in alcuni comuni della nostra provincia.
Si tratta di esperienze e attivit che cercano di misurarsi, anche in forme diverse, col disagio e la dispersione scolastica.
Il disagio fra gli adolescenti e i pre-adolescenti sembra stia aumentando dentro e fuori la scuola: gli atti di teppismo, gli incidenti del dopo discoteca, i sassi dai ponti in autostrada, l isolamento depressivo, lannullamento nel gruppo, il disagio mentale che si esprime nel corpo e attraverso il corpo, nelle forme dellanoressia e della bulimia che si manifestano sempre pi precocemente.
E tutto ci ovviamente si intreccia col disagio scolastico che si esprime in forme pi o meno striscianti di insuccesso formativo, spesso associato a vero e proprio mal di scuola.
Interrogarsi sul perch ci accada non facile e soprattutto non porta alla formulazione di risposte certe, semmai ad altre domande. Credo per sia inevitabile porsi domande, evidenziando i diversi ordini di problemi che compongono un tema cos complicato.
Un primo ordine di questioni riguarda il modo con cui
viene rappresentata e costruita socialmente la percezione del disagio,
sintetizzabile nella domanda attraverso quali filtri e categorie
interpretative leggiamo il disagio adolescenziale?
I mezzi di informazione non sono interessati alle attivit degli adolescenti che non siano espressione di inclinazioni antisociali: la normalit non buca il video.
Questo comporta che la lettura dei fenomeni giovanili sia centrata sul disagio che fa pi notizia dellagio, sullatto teppistico che determina pi audience della normale quotidianit.
La lettura mediatica del disagio cio sistematicamente parziale e produce costanti distorsioni prospettiche delle proporzioni di un fenomeno che certamente vasto, ma non universale; lesito ovviamente la tendenza ad applicare meccanismi generalizzanti alla descrizione del disagio adolescenziale e a produrre orientamenti alla cura di ci che potrebbe essere letto come fondamentalmente, o potenzialmente, sano.
Un secondo ordine di questioni riguarda linsieme delle
condizioni di vita preordinate allesplosione del disagio adolescenziale
sintetizzabile nella domanda su quali concezioni di infanzia si
costruiscono let adolescenziale e le crisi che lattraversano?
Tutti coloro che lavorano nelle scuole dinfanzia e primarie hanno da tempo la percezione che i bambini siano fortemente idealizzati da adulti che sembrano fans pi che genitori. I bambini sono percepiti come esseri speciali, destinati ad un destino speciale e sono sovrainvestiti di aspettative irrealistiche. I pre-adolesenti quindi hanno il compito di separarsi dai genitori ma, soprattutto, dal ruolo di bambini prodigio, dovendosi contemporaneamente confrontare con genitori non di rado delusi dalla normalit dei figli.
Si tratterebbe di un compito difficile per chiunque , ma inaffrontabile per chi non stato educato al senso dei propri limiti, sperimentando, oltre misura, una ingannevole onnipotenza .
Un terzo ordine di questioni riguarda poi alcune
caratteristiche del mondo adulto verso il quale gli adolescenti dovrebbero
tendere, sintetizzabile nella domanda in quali forme ed esempi
lessere adulti viene percepito
dagli adolescenti?
In un mondo pericolosamente affollato di anziani Peter Pan molti genitori, dopo linfatuazione per i loro figli-bambini condividono con i figli-adolescenti incertezze, inquietudini, senso della precariet.
Questi sentimenti sono non di rado farciti da una inconfessabile invidia verso i giovani, sostenuta da una societ nella quale limmagine positiva per eccellenza quella di giovani o giovanissimi rappresentati come belli, adeguati, ricchi di appeal e di futuro.
Una tale ambivalenza del sentire, tende a determinare genitori pi preoccupati che attenti. Preoccupati di perdere, nel confronto coi figli, in giovinezza, libert, accettazione sociale; concentrati ad assomigliare ai figli ed essere loro amici.
Da ci derivano le crisi di autorevolezza (e di credibilit) dei genitori collegate alle crisi di obbedienza dei ragazzi.
Ma questo essere pi preoccupati che attenti rende difficile per le famiglie, e a questo punto il discorso pu riguardare anche la scuola , mettere in pratica quell I care che credo possa arginare il disagio e dare un senso alla fatica delleducare.
I care, me ne faccio carico. Don Milani lo propone in molte occasioni.
Nella Lettera ai giudici del 18 ottobre 1965 scrive La scuola siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E larte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare il loro senso della legalit (e in questo somiglia alla vostra funzione) dallaltro la volont di leggi migliori, cio di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra).[1]
Ma cosa comunica I care al di l della sua difficile traduzione in italiano?
Comunica : io ci sono, su di me puoi contare; non quindi la ricerca di altri responsabili ( colpa della scuola, colpa della famiglia, colpa della televisione...) ma la consapevolezza che la responsabilit mia.
Credo che questa responsabilit si eserciti nella scuola attraverso le competenze, la formazione ma anche attraverso la pratica di valori , perch i valori non si trasmettono, ma si praticano, appunto, e si testimoniano.
Possiamo provare a fare linventario di alcuni di questi valori che in molti casi di buona scuola sono gi presenti nelle nostre classi e nelle nostre esperienze:
- raccogliere la sfida europea dello sviluppo della conoscenza rinnovando , per incidere sulla dispersione scolastica, alcune modalit di costruzione delle conoscenze e focalizzando lattenzione sulla relazione e sullessenza del rapporto fra le persone;
- cominciare a pensare le scuole come i luoghi del ben-essere, inteso come ambito concettualmente diverso rispetto ad interventi riparativi e curativi; luoghi che costruendo appartenenze, producono senso e danno significato allesserci ;
- lavorare intorno ad unidea di pre-adolescente portatore di potenzialit positive che cresce ed evolve nel sociale;
- saper leggere e dare valore ai cambiamenti delle persone senza etichettarle in definizioni paralizzanti;
- interrogarsi sulla centralit di bambini e ragazzi che, anche nella scuola, solo apparente e contribuisce a produrre ragazzi disagiati da affidare ad esperti;
- esplorare la possibilit di costruire la normalit di relazioni educative calde, accoglienti e nel contempo asimmetriche, consentendo agli adolescenti di attraversare la loro et senza che questo passaggio assomigli ad una malattia.
A questi valori si connette unidea precisa di adolescenza.
Non si tratta di unet connotata da una cultura minore, imperfetta, incompetente ed a-sociale quanto piuttosto da una cultura altra, che non ha voce e canali di espressione.
Si tratta di intra-cultura, sommersa da chi, nella societ, ha voce sufficiente per imporre modelli interpretativi del reale e forme di pensiero unico.
Ladolescenza , come del resto linfanzia, un et
narrata, interpretata, descritta, ma unet senza voce propria, perch pochi
adulti hanno lorecchio acerbo per poterla comprendere.
Le concezioni pi evolute di infanzia e adolescenza registrano il passaggio da unidea
di bisogno e assistenza, ad unidea di soggettivit di diritti.
E in altre parole
ormai avviato, almeno sul piano culturale e politico, quel processo che porter
allabbandono della concezione dei bambini e degli adolescenti come minori
(infelice spia lessicale di una precisa concezione delle prime et della vita) per maturare al contrario unidea di
infanzia e adolescenza come et capaci di essere co-protagoniste dei propri processi formativi, di
assumere responsabilit in contesti adeguati (ma non minori), di esercitare
attivamente la cittadinanza.
Il diritto alla salute, alla formazione e allistruzione, al gioco e al tempo libero, il diritto alla sicurezza, il diritto alla cura, al rispetto, alla privacy e alla vita di relazione , ma soprattutto, nelle nostre realt, il diritto allascolto e alla partecipazione sono indispensabili alla crescita sana di ogni bambino e di ogni adolescente.
Non a caso parlo di diritti, perch fino a quando i bisogni non si trasformeranno appunto, in diritti, la risposta ad essi rientrer sempre nellarea del favore o del mercato e il problema della centralit dei soggetti in et evolutiva non sar adeguatamente affrontato.
Il tema del disagio si intreccia quindi con quello dei diritti, della responsabilit, dei valori e ci consente di rileggere alcune criticit nei modelli di funzionamento delle scuole, delle famiglie, della societ.
Un concetto, che focalizza lindividualit delle persone, pu guidarci su queste strade complicate: la resilienza. La resilienza la capacit di un materiale di resistere a rotture o deformazioni. La gomma un materiale resiliente perch pu recuperare rapidamente la sua forma dopo aver subito forti trazioni. La corda, se viene tesa oltre misura, si rompe: non quindi resiliente.
Per un ecosistema o un sistema sociale la resilienza la capacit di continuare a funzionare anche a seguito di perturbazioni. Applicata agli esseri umani la resilienza la capacit di proteggere la propria integrit anche in presenza di forti pressioni; la forza interiore che consente alle persone di reagire ai colpi della vita e di ricostruirsi.
La resilienza ha per la psiche la funzione che il sistema immunitario ha per il corpo e sono evidenti le implicazioni di questo concetto con gli interventi di prevenzione del disagio.
Nella resilienza, infatti, possibile individuare tre dimensioni: una dimensione biologica (alcuni hanno energie maggiori di altri); una dimensione psicologica (le relazioni, la capacit di comunicazione, i modelli di riferimento aiutano nel superamento delle difficolt); una dimensione sociologica che mette in evidenza l'influenza del gruppo, della cultura, degli apprendimenti, sulla capacit di superare le difficolt dellesistenza.
E la scuola , il contesto in genere, possono operare con forte incisivit su questultima dimensione. Saper guardare le vicende in prospettiva, assumersi responsabilit, avere progetti, non essere passivi, sperimentare la socialit, analizzare i problemi, agire, sviluppare empatia sono competenze sociali educabili attraverso esperienze positive. Costituiscono anche il nucleo di una concezione avanzata di benessere contenuta nelle life skills individuate dallOrganizzazione Mondiale della Sanit e straordinariamente convergenti con una concezione delleducare orientata a sostenere gli individui sviluppando le loro potenzialit .
Questa concezione tende a percepire e comunicare lo svantaggio non come status ineluttabile, ad ostacolare labbinamento tra le difficolt individuali e la perdita dellautostima, a rifiutare le etichette mantenendo margini , anche mentali, di manovra per le proprie azioni.
In questo senso possiamo
affermare che non esiste soltanto una resilienza individuale: c' anche una
resilienza delle comunit e della scuola. Una scuola resiliente una scuola
che non abbandona la convinzione di aver in s gli strumenti,
intesi come valori, competenze, senso di efficacia, per confrontarsi con
le difficolt di ragazzi in crescita.
Le esperienze su cui oggi
discuteremo sono state elaborate da scuole resilienti , ma soprattutto da
persone, genitori, operatori e insegnanti
che sanno di poter affrontare limpresa educativa, nella convinzione che
tutti i ragazzi abbiano diritto di prendere in mano la vita
e, soprattutto il diritto di avere a disposizione le condizioni per farlo, perch a 12/13 anni non pu esserci niente di veramente
perduto.